DIEGO FUSARO: “Perché dobbiamo uscire dall’Euro”. Condizione necessaria ma non sufficiente per risollevarci – video

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DIEGO FUSARO: “Perché dobbiamo uscire dall’Euro”. Condizione necessaria ma non sufficiente per risollevarci – video

A discutere di Euro ed Europa lo scrittore e filosofo Diego Fusaro ma anche Nicola Morra portavoce grillino al Senato.

Un occasione per ribadire l’intenzione e la battaglia del movimento guidato da Beppe Grillo per arrivare ad un referendum consultivo sull’uscita dall’Eurozona. Il senatore Morra ha spiegato che “più che anti euro siamo anti ‘eurocrazia’, un sistema che impone una moneta avendo dimenticato c’è la possibilità di far circolare una sola moneta se poi si realizzano le stesse politiche fiscali, le stesse politiche di formazione delle risorse umane e quelle relative al mercato del lavoro in tutta Europa. Noi in questa particolare situazione storica stiamo vivendo una fase in cui l’euro, di fatto, trasferisce valori dai paesi dell’Europa Mediterranea ai paesi dell’Europa centro settentrionale. Pensiamo che questo non sia accettabile per cui rivendichiamo il rispetto di questi nostri paesi che non hanno nulla di meno della Germania, della Danimarca, dell’Olanda…”.

Il lavoro sociale sul capitale è il fulcro del pensiero dello scrittore e filosofo Diego Fusaro, ospite del Meetup di Cosenza: “Nonostante i molti mutamenti occorsi in questi anni il conflitto fondamentale continua ad oggi a rimanere quello tra lavoro e capitale e l’Europa dell’euro è una maestosa controrivoluzione con cui il capitale nella forma del capitale finanziario, sta distruggendo i diritti del lavoro e dei popoli. Ragion per cui la lotta in difesa del lavoro e contro il capitale deve oggi determinarsi anche come lotta contro l’Europa della finanza e dell’euro”.

“Oggi i temi di casa e lavoro, un tempo appannaggio della sinistra antagonista degli anni ’70, sono disertati dalle forze politiche che un tempo li avevano presi a cuore. Oggi la sinistra sembra attenta ad altri problemi, diritti civili, la necessità a tutti i costi di stare in Europa. Perciò questi temi abbandonati dalla sinistra e mai presi in considerazione dalla destra, fanno si che non se ne parli più. A mio avviso è necessario ripartire da questi temi abbandonati o come mi piace dire, ripartire da Gramsci e da Marx cioè dalla lotta per l’emancipazione del lavoro e della società contro la reificazione delle merci e del capitale.

Ma allora perché uscire dall’euro? “Per riappropriarsi della sovranità democratica perduta perché l’euro non è solo una moneta come si dice ingenuamente o in cattiva fede. E’ piuttosto un metodo di governo neoliberale con cui è svuotata di senso ogni politica democratica e la ‘decisione’ viene rimandata ad entità anonime e impersonali come i mercati e la finanza. Per cui uscire dall’euro significa riappropriarsi della sovranità democratica e tornare a decidere della nostra vita da cittadini.

Il video con le parole di Diego Fusaro:

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“AIUTIAMO LA GENTE DOPO I TERREMOTI E POI SIAMO NOI I PRIMI TERREMOTATI” LE PROTESTE DEI VIGILI DEL FUOCO SOTTO LA SEDE DEL PD – VIDEO

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“AIUTIAMO LA GENTE DOPO I TERREMOTI E POI SIAMO NOI I PRIMI TERREMOTATI” LE PROTESTE DEI VIGILI DEL FUOCO SOTTO LA SEDE DEL PD – VIDEO

“Amati dai cittadini ma umiliati dallo Stato”. “Non chiediamo privilegi ma parità agli altri corpi”.

Questi sono solo alcuni dei cartelli del sit-in dei vigili del fuoco in piazza Montecitorio, dove, per accendere la protesta, sono arrivati da tutta Italia con le loro divise, comprese dalle Regioni messe in ginocchio dal terremoto. Cartelli, fischietti e un palco montato in piazza per far sentire la loro voce: “Ci chiamano eroi – lamentano – ma abbiamo degli stipendi da fame”. La retribuzione è da anni il problema dei vigili del fuoco, chiamati a fare interventi pericolosi e sempre a disposizione della citadinanza.

Loro gli eroi, che più volte abbiamo ringraziato, non rientrano nel comparto sicurezza, o meglio non sono inquadrati come tali. Da qui la disparità retributiva con gli altri corpi, che va da un minimo di 300 fino a 1000 euro al mese. E che brucia di più da quando, dal gennaio scorso, la forestale è entrata a far parte del corpo dei vigili del fuoco: “Mi ritrovo in volo con colleghi che guadagnano mille euro più di me ogni mese – spiega un elicotterista di Venezia – è francamente umiliante. Ci chiamano eroi ma abbiamo stipendi da fame, questa è la realtà”.

“AIUTIAMO LA GENTE DOPO I TERREMOTI E POI SIAMO NOI I PRIMI TERREMOTATI” LE PROTESTE DEI VIGILI DEL FUOCO SOTTO LA SEDE DEL PD – VIDEO

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Franco Bechis sul caso Di Maio: “TUTTI COLPEVOLI”. Ecco perchè…

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Franco Bechis sul caso Di Maio: “TUTTI COLPEVOLI”. Ecco perchè…

Prima di dire qualcosa ho aspettato di vedere tutti i fatti. E i fatti sono questi. Agli atti della inchiesta che ha portato all’arresto di Salvatore Marra ci sono sms e messaggi whatsapp trovati sul suo telefonino. Sono stati trascritti, e alcune di quelle trascrizioni sono state passate alla stampa perché gli uffici giudiziari sono dei colabrodo da cui esce anche il materiale coperto da segreto investigativo. Tre giornali (Repubblica, Corriere della Sera e Messaggero) li hanno avuti e li hanno pubblicati. Fra questi anche un messaggio che originariamente era stato scritto da Luigi Di Maio e inviato a Virginia Raggi in cui fra l’altro si definiva Marra “un servitore dello Stato”.I tre quotidiani hanno pubblicato quel messaggio che diceva: “Quanto alle ragioni di Marra, lui non si senta umiliato. E’ un servitore dello Stato. Sui miei, il Movimento fa accertamenti ogni mese. L’importante è non trovare nulla“. Non si sono limitati a pubblicarlo, ma qualcuno ha interpretato quel testo come voleva, anche storpiandolo un bel po’ (titolo di Repubblica) e facendo dire a Di Maio quello che nel messaggio non era affatto scritto (“Marra è uno dei miei”). Forse un infortunio, forse no. Su altre testate l’interpretazione è stata meno spinta, ma non sono mancate riflessioni e parti di commento per confrontare quel testo nudo e crudo con altre dichiarazioni di Di Maio che aveva fatto per prendere le distanze da Marra: sembravano in assoluto contrasto.

Letta la rassegna stampa quel mattino si sono infuriati sia il diretto interessato- Di Maio- che Beppe Grillo, che ha risposto da par suo sul blog in un post dall’eloquente titolo “#GiornalismoKiller, la misura è colma”. La rabbia veniva dal fatto che l’sms di Maio era stato pubblicato monco, perché mancava la parte che lo precedeva. Eccola: “Pignatone cosa ti ha detto dopo che gli hai inoltrato il suo nominativo (di Marra, ndr)? In ogni caso nella riunione con me, Marra non mi ha mai chiesto se andare in aspettativa o meno. Semplicemente mi ha raccontato i fatti. Io l’ho ascoltato. Perché tu me lo avevi chiesto. Sono rimasto a tua disposizione non sua. E penso che nel gabinetto non possa stare, perché ci eravamo accordati così. Nessuno si scandalizzi se facciamo le pulci prima di tutto ai nostri. Siamo il movimento 5 stelle. E certe responsabilità è meglio prendersele con contezza di causa. Non devi sentirti accerchiata Virginia. Devi stabilire un contatto con la tua squadra(cioè il minidirettorio). Loro sono i tuoi alleati non i tuoi nemici“.

Ovvio che senza questa parte non si capisce la seconda (quella pubblicata), che assume tutt’altro significato. Ma è stata volontariamente tagliata dai giornalisti o dai giornali? No. Anche questo è un fatto. Cosa è accaduto? Che Di Maio ha scritto su whatsapp alla Raggi tre messaggi consecutivi sul caso Marra. La sindaca di Roma li ha ricevuti, e anche se non era stato scritto con quello scopo, ne ha girato a Marra uno solo: quello che è stato pubblicato dai tre giornali. Sul telefonino di Marra solo quello esisteva, e solo quello ovviamente è stato trascritto dagli inquirenti ed inserito nella documentazione giudiziaria arrivata in possesso alle tre redazioni, che hanno pubblicato quello perché solo quello avevano. La pubblicazione è stata quindi esercizio del diritto di cronaca.

Fin qui i fatti. La mia opinione su quei fatti è che in questo incidente, in sè non voluto, #siamotutticolpevoli. Il pasticcio nasce inconsapevolmente dalla Raggi. Che bisogno aveva di giustificarsi nei confronti di Marra? Avrebbe dovuto non girargli nulla di quel che le aveva scritto confidenzialmente Di Maio. Invece gli ha girato quel pezzetto dove si parlava bene di lui, nascondendo il resto per non turbarlo. Certo, lei non poteva sapere che un giorno quel sms sarebbe finito agli atti di una inchiesta giudiziaria, ma poteva evitarsi di svelare a terzi il contenuto (parziale) di una conversazione privata.

Secondo elemento: bisogna avere un po’ meno fiducia nella imparzialità della giustizia italiana. Perché è assai ballerina. E perché la politica entra nelle procure come in gran parte della vita civile, e spezzoni di inchiesta vengono utilizzati ora da questo ora da quello per altri fini. In questo caso la vittima è Di Maio, in altri casi la vittima potrebbe essere un avversario politico di Di Maio.

Prima di linciare qualcuno sulla base di spezzoni di inchiesta usciti sulla stampa bisognerebbe quindi contare non fino a 3, ma fino a 10 mila. Ed è una lezione per tutti: inchiesta giudiziaria non è equivalente di verità. Si pigliano grandi cantonate, e si usano brogliacci anche di intercettazioni per fare la guerra politica di un fronte contro l’altro. Poi tutto si dissolve nei processi, ed emerge una altra verità. Nel frattempo però chi è stato messo in mezzo è rovinato. Pensate un po’ al caso Di Maio. E se lui non avesse conservato in memoria la chat integrale? Se avesse cambiato modello di telefonino non recuperandola?

Terza riflessione, la stampa. Non è colpevole nell’infortunio del primo giorno, perché pubblica quello che ha a disposizione. Mai in passato ha pensato di verificare materiale giudiziario ricevuto, e non l’ha fatto nemmeno questa volta. Come una buca delle lettere prende per buono quel che arriva. Non c’è da vantarsene: è un malcostume in cui siamo incorsi tutti, me compreso. Chi dice di no è bugiardo. Nei confronti del M5s c’è una ostilità di fondo, e si vede che non si aspettava altro che cogliere al balzo quel moncone di sms di Di Maio per puntarglielo addosso. Repubblica ha fatto di peggio, interpretando a modo suo quel che non era scritto.

Ma la vera frana della stampa è avvenuta il giorno dopo. Immaginavo di trovare pubblicata la verità: il messaggio integrale scritto da Di Maio. E magari una spiegazione un pizzico autocritica “abbiamo pubblicato un messaggio parziale, perché quello è il solo contenuto agli atti della inchiesta. Appreso ora nella versione integrale, chiediamo scusa per averlo interpretato ieri in modo diverso da quel che appare”. Invece nessuna scusa, e la difesa inconcepibile non della propria buona fede (ci stava), ma dell’errore di fatto compiuto pubblicando una conversazione monca in modo che il contenuto ne fosse del tutto distorto. Questa difesa andrebbe esaminata sì dall’ordine dei giornalisti. Perché da nessuna parte viene insegnato che nel nostro mestiere dobbiamo prendere per buono un brogliaccio di una procura e ricamarci su un commento un po’ ideologico per dire che abbiamo finalmente trovato la prova che conferma quel che pensavamo prima a prescindere. Quando poi emergono i fatti nella loro completezza- e sono diversi dai brogliacci parziali- difendere i brogliacci al posto dei fatti è l’esatto contrario del mestiere del giornalista. Nessuno di noi è infallibile. Sbagliamo e quando succede dovremmo chiedere scusa e tornare indietro. Non è stato fatto, e così #siamotutticolpevoli

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GIOVANNI FLORIS ESALTA CHIARA APPENDINO: “OCCHIO DIVENTERA’ UNA LEADER VERA”

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GIOVANNI FLORIS ESALTA CHIARA APPENDINO: “OCCHIO DIVENTERA’ UNA LEADER VERA”

In un’intervista a Liberoquotidiano.it, il giornalista Floris (la7) si è lasciato andare a parole davvero belle nei confronti di Chiara Appendino.

Senza mezzi termini l’ha esaltata complimentandosi per il lavoro attuale e per quello che potra’ diventare Chiaro Appendino, attuale sindaco di Torino del M5s: “UNA VERA LEADER”.

Il giovane Giovanni Floris era uno dei pochi secchioni romani in grado di dare del tu alla palla nei campi di borgata. Oggi è un tifoso scatenato della Roma con la vocazione dello studioso, uno che pur avendo fatto fortuna continua a vivere nel quartiere dove è cresciuto, a cento metri dalla tangenziale. È l’ideatore e il volto della trasmissione politica più twittata, ma è l’unico della sua categoria che si tiene alla larga dai social network. Sfugge ai cliché.

Nell’estate del 2014 hai lasciato la Rai per andare a La7. Per me hai fatto una fesseria. Hai avuto un contratto migliore, ma lo hai pagato con un pubblico più piccolo e un futuro incerto. In Rai saresti diventato direttore di telegiornale, prima o poi.
«No, non credo di avere fatto una fesseria. Devo tutto alla Rai e mai avrei pensato di cambiare posto. Invece l’ho fatto e ora sto benissimo. Ti confesso però che all’inizio la paura di avere sbagliato tutto, di avere perso il pubblico, l’ho avuta. La prima puntata di diMartedì fece il 3% di share, mentre l’ultima puntata di Ballarò aveva ottenuto il 15%».

Qualcuno ti dava già per spacciato.
«Invece la squadra, che in gran parte era la stessa che avevo a Rai 3, rimase unita. Ci rimboccammo le maniche e trovammo il modo di far funzionare la macchina: non potevamo portare lo stesso format a La7, inventammo una cosa nuova».

Matteo Renzi ha avuto un ruolo nel tuo allontanamento dalla Rai?
«No, scelsi io di andarmene. Capii che era giunto il momento».

Anche da un punto di vista politico?
«In Rai ho fatto Ballarò mentre al governo c’era Prodi e mentre c’era Berlusconi. Ho visto tutte le fasi politiche. Non credo che c’entrasse la politica. Io facevo delle proposte che i dirigenti della Rai, legittimamente, non trovavano convincenti. Allora capii che sarebbe stato meglio crescere professionalmente altrove».

Resta il fatto che il tuo rapporto con Renzi è sempre stato difficile. Anche oggi la tua trasmissione, diMartedì, è molto critica con lui.
«Puoi dire che fossimo meno critici nei confronti di Berlusconi? O di Prodi? E che con loro avessimo un rapporto facile? La verità è che abbiamo organizzato un modo critico di fare giornalismo, che evidentemente gli spettatori apprezzano. Cerchiamo di mettere dubbi, di aprire crepe nella teoria di chi sta al potere. Questo inevitabilmente crea un rapporto difficile con chi governa. Ma ci fa anche essere rispettati».

Nella tua ultima stagione a Ballarò facevi il 15%. Oggi, se sommiamo lo share tuo con quello del programma che ti fa concorrenza su Rai 3, si arriva sì e no al 10%. Cosa è successo?
«La prima cosa che mi dissero, quando iniziai a fare questo lavoro, è che la politica in prima serata raccoglie al massimo il 10%. Poi la politica si è mischiata al costume, alla cronaca, al gossip. Pensa alle vicende di Berlusconi, al caso Marazzo… Un periodo anomalo, che ci ha permesso share più alti. Ora siamo tornati alla normalità e i talk show di politica si dividono quel 10%».

Riassumo: la politica è tornata noiosa.
«È tornata ad avere il normale interesse che può avere la politica. E dipende sempre dai momenti: sotto referendum abbiamo fatto il 9,5%, pur avendo la concorrenza di Politics».

Sincero: quanto hai goduto a stracciare Giannini e Semprini?
«Sincero sincero: quando lavoro non penso a quello che fanno gli altri. Se mi chiedi se sono orgoglioso di diMartedì ti rispondo: sì, molto».

Da martedì te la vedrai con Bianca Berlinguer, che ti farà concorrenza con Carta Bianca. Più strutturata di Giannini e Semprini e con una rete alle spalle. Ti fa paura?
«Non riesco a immaginare come mio avversario nessuno di Rai 3, tanto meno una persona con cui ho lavorato molte volte. La sento vicina e le mando un enorme in bocca al lupo. Immagino che faremo due trasmissioni diverse, mi auguro che avremo successo entrambi».

La differenza nel vostro mestiere la fanno gli ospiti. Quali sono oggi quelli che funzionano?
«In realtà il mio mestiere è riuscire a non dipendere dagli ospiti per avere successo, ma capisco cosa vuoi dire. Per anni di politica hanno parlato i leader e gente che ripeteva quello che dicevano i leader. Adesso i telespettatori sono interessati solo a quello ha da dire il titolare della ditta. E i titolari sono pochi. Prendiamo la Lega: c’è Salvini. I Cinque Stelle: Di Maio e Di Battista. Per fortuna gli spettatori sono interessati a chi pensa e sa far pensare. Così chiamiamo i professori, gli intellettuali, gli editorialisti. Un’apertura di trasmissione con due commentatori intelligenti può valere quanto quella con un leader politico».

Per anni hai usato Maurizio Crozza come traino. Adesso non c’è più. E senza lui, l’altra volta, hai perso la sfida con la trasmissione di Gerardo Greco.
«Non è tanto un problema di ascolti. Crozza durava sette, otto minuti: non incideva molto sulla media. E su quella, infatti, teniamo. Contava tanto, invece, dal punto di vista dello “standing” della trasmissione. Ed era centrale nella sua struttura. Certo, perdere uno come lui non è cosa da poco…».

Lo rimpiazzerete con un altro comico?
«Non è facilmente sostituibile. I cambiamenti ti costringono a riorganizzarti, pensare, spremere le meningi. È la parte stimolante del mio lavoro».

Citavi Di Maio e Di Battista. Li hai ospiti spesso: che resa hanno in televisione?
«I grillini sono una cosa e il suo contrario. Hanno compilato la lista nera dei giornalisti, in passato Beppe Grillo ha messo alla gogna pure me, ma hanno anche il coraggio di accettare tutte le domande. Hanno capito che la chiave per raccogliere il consenso è la trasparenza. Poi sta a chi guarda decidere se la loro risposta è credibile o no».

Dovrebbe essere così con tutti i leader. Quanti diktat ti mettono gli altri per venire in studio?
«Ti rispondo dicendoti che non vengono molti leader a diMartedì. Dai tempi di Ballarò non ho mai trattato con un ospite le domande che gli avrei fatto. Nemmeno ci provano più: ci conoscono, sanno come lavoriamo. Semmai non vengono, infatti le apparizioni dei premier da noi sono state rarissime. Ce ne facciamo una ragione, anche perché la nostra sfida è sempre stata quella di creare nuove personalità».

Ecco, parliamone. Fai da talent scout: quale giovane politico può essere un leader di domani?
«Non l’abbiamo scoperta noi, ma una che secondo me diventerà qualcosa di grosso, e che noi abbiamo avuto ospite solo una volta, è Chiara Appendino. Riesce ad unire la serietà e il rigore alla serenità dello sguardo e alla simpatia umana. La simpatia ha un peso enorme in politica e non è una cosa che puoi costruire a tavolino».

L’altra sindaca grillina, Virginia Raggi, che impressione ti ha fatto?
«In trasmissione mi è sembrata una che ha capito cosa le sta succedendo e che non lo sta subendo».

E come romano che pensi di lei?
«Come romano non do giudizi politici».

Danne invece sul tuo partito. In queste ore il Pd si sta spaccando.
«Non ho mai avuto una tessera. Ho una formazione politica che non coincide necessariamente con un partito. E riesco a tenerla separata dal mio lavoro. Del Pd posso dire che la vicenda della scissione è surreale da qualunque punto la si guardi. Renzi che leader vuole essere se non riesce a tenere uniti nemmeno i suoi? E la minoranza con chi intende mettersi d’accordo, se non chi è più simile a lei? Dove vanno se si staccano dal Pd?».

Quando scade il tuo contratto con Urbano Cairo?
«Nel 2019».

E poi? Come ti vedresti a Mediaset? Pier Silvio Berlusconi dice cose bellissime di te.
«Vuoi la verità? Sto benissimo dove sto. Sono appena arrivato, penso solo a lavorare».

Scrivi libri. Gli ultimi tre sono romanzi generazionali, molto autobiografici. Sei più bravo come narratore che come saggista. Più umile, meno professorino.
«Sono assolutamente d’accordo…».

Il pubblico si rompe dei politici. Si è rotto di tanti conduttori. Hai mai paura che un giorno si rompa di te?
«In qualche misura è inevitabile. Ma solo se non sai anticipare quel momento. Cambiare approccio, professionalità, studiare quello che fanno all’estero, capire cosa pensano gli italiani, come cambia il Paese… Tanti credono che la televisione sia un posto di superficialità e velocità. Non è così, è un posto dove innanzitutto si studia».

di Fausto Carioti PER LIBEROQUOTIDIANO.IT

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Luisella Costamagna: “Cari italiani, tocca dire la verità: Tutto crolla, ma loro cercano lavoro a Renzi”

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Luisella Costamagna: “Cari italiani, tocca dire la verità: Tutto crolla, ma loro cercano lavoro a Renzi”

(Luisella Costamagna – il Fatto Quotidiano) – Cari italiani, tocca dire la verità: la situazione è a dir poco allarmante. Lo so, voi lo sperimentate tutti i santi giorni, ma ora lo confermano pure dati macroeconomici impietosi. L’Istat ha comunicato che la crescita del Pil italiano nel quarto trimestre 2016 è stata la più debole di tutte le nazioni occidentali: appena +0,2%, contro lo 0,5 degli Usa, lo 0,6 del Regno Unito e lo 0,4 della Francia. Peggio non potrebbe andare anche nelle previsioni d’inverno della Commissione europea: con una crescita del Pil inferiore a tutti gli altri Paesi europei (sotto l’1% nel 2017, contro una media del 2-4% degli altri; pure la Grecia cresce di più), il debito pubblico che continua a crescere ed è stimato al 133,3% del Pil nel 2017 (contro la metà della Germania), e una disoccupazione ancora oltre l’11% (11,6 nel 2017, mentre è prevista in miglioramento sia nella zona euro al 9% sia nell’Ue al 7-8%), sarà davvero un gelido inverno.

E NON È FINITA, perché a tutto questo si devono aggiungere i rischi bancari, la manovra correttiva da 3,4 miliardi, le università che protestano per i tagli alla ricerca (emblematico quando detto dal rettore della Sapienza di Roma: l’Italia investe 3 volte meno della Germania in ricerca ma, in compenso, 3 volte di più nel gioco d’azzardo; crediamo più nella sorte che nella conoscenza…), l’accordo da 1,3 miliardi con i Riva per l’Ilva – annunciato da Renzi in pompa magna prima del referendum –ora saltato perché, dicono i magistrati, “le pene sono incongrue rispetto a reati così gravi”, e – ultimo ma non ultimo – giovani precari dimenticati, disperati al punto che uno di loro, per farsi sentire, è costretto a uccidersi. E il rosario potrebbe continuare.

Di fronte a tutto questo di cosa parla il Pd, principale partito di governo e di maggioranza, tra i responsabili di questa situazione drammatica? Ma di congresso, primarie, leadership! Di franceschiniani e orlandiani! Di scissioni e ricuciture! Ma con “responsabilità”, sia chiaro. Con oltre 3 milioni e 100 mila disoccupati, il problema in sostanza è trovare un lavoro a Renzi. Con tanto di premier Gentiloni e ministro dell’Economia Padoan (a proposito, complimenti per questi risultati straordinari e, tra l’altro, cosa ci faceva alla direzione del Pd, visto che non è manco del Pd?) che, invece di essere impegnati pancia a terra a migliorare le cose, ascoltano silenti il dibattito democratico attendendo il verdetto sul loro destino. Perché la preoccupazione che agita i democratici è questa: chi prevarrà? Il Fast and Furious Renzi, che non ci pensa proprio ad abbandonare la politica, come aveva promesso, e visto che non gli danno subito il voto dice “allora vi beccate il congresso, così mi riconfermo leader e decido io elezioni e candidati”? O la minoranza (Vin) Diesel, che non ha fretta, anzi: vuole che Gentiloni resti fino al 2018, per andare poi al voto con un altro candidato premier?

CARI ITALIANI, lo so: voi vi arrabattate per sopravvivere, stringete i denti, e questo è lo spettacolo che vi viene offerto. Ma non buttatevi troppo giù perché c’è anche una buona notizia: il reggente del partito dopo le dimissioni di Renzi sarà Matteo Orfini! Non state più nella pelle, eh? Un cordiale saluto.

FONTE: http://www.lapostverita.com/2017/02/17/luisella-costamagna-cari-italiani-tocca-dire-la-verita-tutto-crolla-ma-loro-cercano-lavoro-a-renzi/

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La bufala dell’Rc Auto che costerà 150 euro l’anno

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La bufala dell’Rc Auto che costerà 150 euro l’anno

Peccato, sarebbe stato bello

Sarebbe bello poter dire che è tutto vero. Ma invece no. Il Corriere del Mattino ha colpito ancora con un’altra bufala che in poche ore ha catturato l’attenzione della rete. Ovvero l’approvazione di una legge che fissa il tetto massimo del costo dell’assicurazione Rc Auto a 150 euro annuali.

LA LEGGE-BUFALA – La notizia, rilanciata dall’agenzia ASA (che riprende stile e carattere della vera Ansa), spiega che in commissione bilancio è stata approvata la legge che obbliga le assicurazioni a

a rispettare il limite di 150 € annuali previsto dalla legge 180 del 1978 (G.U.. 990 del 24 dicembre 1969) per la responsabilità civile verso terzi prevista dell’art. 2054 del C.C. e che nessuna compagnia ha mai rispettato.

UN’INIZIATIVA PENTASTELLATA (MA É UNA BUFALA) – Viene ripresa anche la voce di un sedicente senatore del Movimento Cinque Stelle primo firmatario ed ideatore della legge, Ermes Maiolica (già giornalista del fantomatico giornale)

Siamo stati accusati di non avere idee e proposte, questa è la dimostrazione che il nostro movimento ha le soluzioni per ridurre seriamente le spese dei cittadini, altro che gli 80 Euro di Renzi, noi non abbiamo paura di metterci contro le lobby. Comunque siamo grati al PD e alla Lega che su questa nostra proposta non hanno fatto ostruzionismo votandola all’unanimità.

Inoltre, continua la bufala, è stato abrogato l’esclusiva di dieci anni per i contratti assicurativi, azzerando così le spese a carico del cliente per il cambio di assicurazione, e l’esclusiva degli agenti assicurativi monomandatari. L’obiettivo è quello di aprire il mercato della distribuzione assicurativa che non sarà più segmentato per area geografica, età, anni di conseguimento della patente, tipologia di veicolo assicurato, e frequenza degli incidenti. Ripetiamo, è una bufala. Anche se qualcuno ci ha sperato.

fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/1520833/la-bufala-dellrc-auto-che-costera-150-euro-lanno/

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L’ULTIMA DELLA PICIERNO? NON CHIAMATELA “SIGNORINA”! GUARDA LA SUA ARROGANZA E LA SUPPONENZA

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L’ULTIMA DELLA PICIERNO? NON CHIAMATELA “SIGNORINA”! GUARDA LA SUA ARROGANZA E LA SUPPONENZA

No Expo, Matteo Salvini chiama Pino Picierno “signorina” e lei esplode

Guai a dare della “signorina” alla parlamentare del Partito democratico Pina Picierno. Ne ha fatto le spese il segretario della Lega Matteo Salviniin collegamento a L’Arena su Raiuno ospite di Massimo Giletti. La Picierno ha accusato il leader del Carroccio di usare toni violenti per la sua campagna elettorale e gli ha rinfacciato di non aver preso ramazza e secchio d’acqua per ripulire le devastazioni nel centro di Milano dopo il corteo dei No Expo. Salvini ha provato più volte a intervenire, riuscendo ad attirare l’attenzione della maga della spesa con 80 euro al mese dicendo: “Posso signorina?”. A quel punto la Picierno è esplosa.

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Di Battista (m5s) attacca le banche e fa i nomi, “tour Bancocrazia” – video

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Di Battista (m5s) attacca le banche e fa i nomi, “tour Bancocrazia” Potenza – video

La Bancocrazia a sistema di governo. Associazionismo e credito in Giuseppe Corvaja è ora anche un libro e di cosa parla? Di questo:

L’incapacità dei governi europei di dare risposte adeguate alle necessità dei cittadini e, soprattutto, di mettere fine allo sfruttamento dei lavoratori da parte degli “oziosi” stimola Giuseppe Corvaja a ideare un nuovo sistema di governo, che egli chiama Bancocrazia. Chiusa l’esperienza di imprenditore industriale, riflette sull’opportunità di ripristinare nel mondo uno stato di mutualità naturale. Banca, credito, aggiotaggio sono, per Corvaja, le forme moderne in cui si manifesta la primitiva naturale mutualità. Vano è opporsi al loro sviluppo, perché è lo sviluppo stesso della civiltà, ma occorre impedire che le banche continuino a essere strumenti di potere per pochi monopolisti e aggiotatori. Propone, pertanto, di convertire tutti i cittadini in azionisti di un’unica banca nazionale, alla quale affida responsabilità di governo.

La novità della proposta di Corvaja sta nell’aver ideato uno Stato-banca che capitalizza tutte le potenzialità e i prodotti dell’ingegno, del lavoro e della proprietà. Tutti coloro che hanno depositato i loro capitali, dal cittadino più povero, ricco solo della forza delle proprie braccia, fino al più grande capitalista, ricevono, in cambio, biglietti rimborsabili al portatore, spendibili come denaro contante.

Attraverso la via bancocratica Corvaja ritiene di poter combattere la povertà fino alla sua cancellazione e di garantire un’equa distribuzione delle ricchezze. Alzando la bandiera dell’associazionismo, entra, dunque, nel dibattito europeo sulla questione sociale, allineandosi, per certi versi, sulle posizioni di Saint-Simon, ma, soprattutto, di Fourier.

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PD NON ESISTE PIU’. LE LORO PAGLIACCIATE SMONTATE IN QUESTO VIDEO: “VI PRENDERANNO A BASTONATE”

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PD NON ESISTE PIU’. LE LORO PAGLIACCIATE SMONTATE IN QUESTO VIDEO: “VI PRENDERANNO A BASTONATE”

La Sinistra italiana c’è, è viva e vegeta, discute, dialoga spesso litiga, ma c’è, esiste e batte tre colpi.

1. D’ALEMA.”Io non voglio fare un nuovo partito. Ho solo chiesto il congresso del Pd. Ma se non ci sarà una discussione democratica al’interno del partito ognuno sarà libero di fare altre scelte”.

Lo ha detto Massimo D’Alema al Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo organizzato da Assadakah a Cagliari. D’Alema ha ribadito di aver “sempre parlato di movimento per la rinascita del centrosinistra, come ha detto bene oggi Bersani. Da parte mia non esiste la volontà di fare un partito ma mi piacerebbe poter discutere democraticamente all’interno del mio partito. Ma purtroppo non ci viene permesso. Io ho chiesto il congresso e ho ricevuto insulti. Li ho segnati, pro memoria. I sondaggi ci dicono che ci sono tra i 3 e i 5 milioni di elettori del centrosinistra che non votano più il Pd. Se esiste un soggetto capace di richiamare questi italiani al voto significa che non si indebolisce ma si rafforza il centrosinistra. Due partiti però – conclude D’Alema – raccoglierebbero molti più voti del solo Pd”.

2. BERSANI. L’ex segretario dem lancia un nuovo ‘avvertimento’: “Se Renzi forza, rifiutando il congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo plurale, democratico. Quando dico Ulivo dico qualcosa che ha una solida cultura costituzionale e punta a mettere insieme la pluralità del centrosinistra. Non possiamo rassegnarci all’idea di un soggetto chiuso nel proprio campo. Serve una pluralità che vada dalla sinistra radicale al civismo. Poi le forme in cui questa idea si potrà realizzare la troveremo. L’Ulivo che ho in mente non è un revival del passato, è un Ulivo 4.0”.

3. VENDOLA. Il leader di Sinistra italiana avverte che “non basta sommare forze occorre un progetto di radicale discontinuità. Non so se un movimento popolare di riscossa della sinistra che vada da D’Alema a De Magistris e dopo la crisi del Pd oggi sulle labbra dei suoi stessi fondatori come Bersani, arriverebbe al 10% dei consensi o a quanto. So però che mettendo insieme le esperienze, le pratiche, la cultura di chi ha resistito a sinistra si può diventare punto di riferimento e speranza per milioni di italiani”. “Il Pd di Renzi si è rotto, sta implodendo”, “siamo interessati a Consenso”, il movimento lanciato da Massimo D’Alema e “a quello che nel Pd avanza con le prese di posizione di Enrico Rossi e di Michele Emiliano. E a quello che è riuscito a costruire De Magistris a Napoli. A quanto si muove nei 5stelle”. Sinistra italiana si vuole “confrontare con tutti”, spiega Vendola, mantenendo però “un punto di vista autonomo”. Ma Vendola boccia il progetto ulivista di Bersani: “Siamo a un punto tale che occorre un progetto radicale. E poi il torcicollo in politica rischia di essere una malattia”.

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IL PD? SEMBRA LA NUOVA DC, PIENA DI CORRENTI IN LOTTA TRA LORO – VIDEO DENUNCIA

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IL PD? SEMBRA LA NUOVA DC, PIENA DI CORRENTI IN LOTTA TRA LORO – VIDEO DENUNCIA

Secondo l’Unità Tv non è un giusto accostamento…

Tra gli elementi che maggiormente danno fastidio quando si affronta il capitolo del Pd e della sua potenziale “scissione”, è il ritornello che il Pd sia destinato a diventare la “nuova Dc”. Ora, per evitare di cadere in volgari equivoci e, soprattutto, per non scambiare lucciole con lanterne come si suol dire, credo sia appena sufficiente ricordare 3 aspetti che dividono profondamente quello che ha rappresentato per quasi 50 anni la Dc nella politica italiana dall’attuale Pd. Seppur al netto della scissione.

Innanzitutto il modello organizzativo che stava alla base della Dc. Un partito che non è mai stato, ripeto mai stato, dominato da un “capo”. Un partito che aveva, grazie ad una qualificata, autorevole e rappresentativa classe dirigente, una spiccata “leadership diffusa”. Ossia una classe dirigente di un partito che non si e’ mai identificata del tutto in un solo leader. Un solo esempio concreto? Il leader della sinistra sociale di quel partito, Carlo Donat-Cattin, non ha mai superato la soglia del 6-8% del partito. Nelle sue diverse fasi storiche e politiche. Ma proprio Aldo Moro, uno dei “cavalli di razza” con Amintore Fanfani, ha sempre sostenuto nei suoi memorabili interventi nelle sedi di partito che “senza Donat-Cattin la Dc non avrebbe conservato la sua sua natura popolare, democratica e sociale”. Ovvero, leader come Donat-Cattin erano credibili, carismatici e autorevoli perché rappresentavano realmente pezzi di societa’ e, di conseguenza, si facevano portatori ed interpreti delle istanze e delle domande che provenivano da quei mondi. Ho fatto un solo esempio ma potrei farne molti altri a conferma che la storia della Dc è anche la storia delle sue correnti.

Cosa centra tutto cio’ con il modello del Pd, soprattutto nella sua fase renziana? Cosa centra il “partito personale”, il “partito leaderistico”, il “partito del capo” con il modello della Dc? Certo, erano altri tempi ma proprio per onesta’ intellettuale occorre ammettere che qualsiasi confronto è del tutto fuori luogo e fuori tempo.

In secondo la cultura politica della Dc e del Pd. Anche su questo versante le differenze sono semplicemente abissali. La Dc aveva un ceppo culturale comune, ovvero una cultura cattolica di base e un’ispirazione cristiana che animava e caratterizzava la sua iniziativa politica. Certo, poi c’era una forte articolazione correntizia ma sempre all’interno di un perimetro culturale ed ideale comune. Che centra tutto cio’ con la concreta esperienza del Pd? Ovvero di un partito che è  nato plurale con Veltroni ma che e’ diventato, progressivamente, una semplice emanazione del leader con una organizzazione di base sostanzialmente svuotata e che si anima quasi esclusivamente per il tesseramento, sempre piu’ diradato, e per le campagne elettorali dei singoli candidati? Del resto, il cambiamento della politica e delle sue modalita’ organizzative e comunicative sono mutate profondamente rispetto a quella stagione. Ma sul versante culturale il confronto tra queste 2 esperienze politiche è addirittura impossibile.

Infine, e forse questo è l’aspetto più importante, il ruolo politico della Dc ieri e del Pd oggi nello scacchiere italiano. La Dc era l’epicentro, e anche il centro della politica italiana. Il Pd, sempre in attesa della potenziale scissione, potrebbe ambire ancora ad essere il centro della politica contemporanea.

Ma in un sistema saldamente tripolare è pressoché impossibile riproporre quel modello. E questo anche se ritornasse un sistema elettorale di impianto proporzionale. Oltretutto, il Pd renziano ha, di fatto, azzerato la cosiddetta “cultura della coalizione” che era il nucleo essenziale e centrale della Democrazia Cristiana.

Non a caso proprio Mino Martinazzoli diceva che “in Italia la politica è sempre stata la politica delle alleanze”. Ovvero, la governabilità si saldava con la cultura e la ricerca delle alleanze. E cioè, l’esatto opposto della “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria o dell’autosufficienza politica ed elettorale legata alla concezione di Renzi.

Che, del resto, era e resta il motivo ispiratore e decisivo dell’Italicum.

Insomma, non è possibile, con buona pace dei vari esegeti e di molti commentatori ed opinionisti politici e giornalistici, alcun confronto di merito, di metodo e di approccio concreto alla politica tra la vecchia Dc e il Pd. Sono universi valoriali diversi, con culture politiche alternative, con modelli organizzativi diversi e con classi dirigenti affatto confrontabili. E quindi, meglio chiudere questo dibattito. Spero per sempre.

Ma in questo video si dice il contrario:

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