Banche in paradiso, contribuenti all’inferno: salvate dallo Stato eludono il fisco. Parliamo di soldi pubblici ed i media ti raccontano delle vacanze di Grillo (con i suoi soldi)

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Banche in paradiso, contribuenti all’inferno: salvate dallo Stato eludono il fisco. Parliamo di soldi pubblici ed i media ti raccontano delle vacanze di Grillo (con i suoi soldi)

Dall’istituto di Siena a Intesa, da Unicredit a Mediolanum: ecco come i grandi gruppi  del credito eludono il fisco italiano attraverso le loro controllate in Lussemburgo, a Bermuda e nelle Cayman. Ma quando le cose vanno male, lo Stato deve intervenire con miliardi di soldi pubblici

di Stefano Vergine

Hanno incassato all’estero decine di milioni di euro. Hanno gonfiato di profitti filiali registrate nei più aggressivi paradisi fiscali. Uffici senza nemmeno un dipendente. Eppure, lo Stato italiano corre in loro soccorso. Le aiuta mettendo a disposizione denaro pubblico. Soldi di chi ha pagato le tasse in Italia usati per salvare chi le tasse le ha pagate spesso fuori dai confini nazionali. È il paradosso di Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Too big to fail, direbbero gli americani. Troppo importanti per essere lasciate al loro naturale destino, è l’argomentazione del governo italiano. Fatto sta che le tre grandi banche salvate al grido di «tuteliamo i risparmiatori» fanno parte della lista degli istituti con il vizietto dell’offshore. Big del credito che per anni hanno dichiarato buona parte dei propri guadagni in Stati o Staterelli dove le imposte sono basse, bassissime, a volte addirittura inesistenti. Dai grandi classici europei come Irlanda e Lussemburgo ai paradisi esotici a sovranità britannica tra cui Cayman e Bermuda. Fino a Singapore ed Emirati Arabi, le nuove piazze asiatiche tax-free.

Premessa. La tendenza a fatturare offshore non è una specificità tricolore. Lo fanno un po’ tutte le banche d’Europa. Per dire: l’anno scorso la francese Bnp Paribas ha incassato in nazioni a fiscalità agevolata o nulla il 12 per cento dei suoi utili, la tedesca Deutsche Bank è arrivata a un quarto del totale. Per l’Italia, però, la questione è oggi decisamente più rilevante. Il Fondo Atlante, finanziato in parte con i soldi della Cassa depositi e prestiti, è infatti diventato proprietario della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. E dalle casse dello Stato arrivano direttamente anche i 20 miliardi di euro messi recentemente a disposizione dal governo di Paolo Gentiloni per salvare le altre a rischio, prima fra tutte Mps. Con il conseguente aumento del debito pubblico nazionale, già altissimo rispetto a quello dei concorrenti europei. Ecco perché è importante sapere se finora le banche hanno pagato le tasse in Italia, soprattutto quelle che resteranno in piedi grazie al denaro dei contribuenti.

I dati emergono da un’analisi dei bilanci condotta da l’Espresso. Un’inchiesta possibile grazie all’obbligo, imposto dall’Unione europea a partire dal 2015, di pubblicare il rendiconto dei principali dati finanziari relativi a tutti i Paesi in cui l’istituto ha delle attività. Novità assoluta a livello mondiale, il cui scopo è proprio quello di limitare il trasferimento di utili verso Paesi dove la pressione fiscale è più bassa. Contrastare l’elusione fiscale, insomma, fenomeno che toglie alle finanze pubbliche del Vecchio Continente dai 50 ai 70 miliardi di euro ogni anno, secondo le stime della stessa Commissione.

I risultati dell’indagine dell’Espresso dimostrano che l’obbligo di trasparenza ha portato alla chiusura di alcune filiali offshore, ma il ricorso ai paradisi fiscali rimane fondamentale per i protagonisti della finanza nostrana. «Una situazione preoccupante soprattutto adesso che vengono usati soldi pubblici per aiutare le banche», sottolinea Tommaso Faccio, esperto di fiscalità internazionale e docente di Economia aziendale alla Nottingham University Business School, in Inghilterra. Il timore del professore «è che questi fondi possano essere spostati all’estero invece che tornare nelle casse dello Stato, tramite utili tassati in Italia, una volta che le banche si saranno rimesse in carreggiata».

Partiamo da Mps, la grande malata d’Europa. I bilanci dimostrano che fra il 2014 e il 2015 il gruppo ha chiuso due società in Irlanda e una in Olanda. Offshore, però, ne rimangono aperte ancora parecchie: due controllate in Lussemburgo, una in Irlanda e ben otto nel Delaware, rifugio tax-free a stelle e strisce. Risultato? Gli utili pre-tasse registrati in paradisi fiscali l’anno scorso sono stati 107 milioni di euro. Equivalenti a quasi un terzo del totale: il 27,9 per cento. Che una grande azienda abbia filiali in tutto il mondo, e paghi perciò una fetta delle imposte all’estero, è più che normale. A sorprendere, però, è la sproporzione fra attività economica e numero di lavoratori. Prendiamo la Mps Preferred Capital I Llc, società del gruppo con base fiscale nel Delaware. L’anno scorso ha fatto 44,9 milioni di euro di utili. Con zero dipendenti. Praticamente un miracolo.

Più limitato il ricorso ai paradisi da parte della Popolare di Vicenza. L’istituto per anni presieduto da Gianni Zonin, ora finito sotto il cappello del Fondo Atlante, a fine 2015 aveva una sola filiale all’estero, in Irlanda. È la Bpv Finance International Plc, cinque impiegati in tutto. Dopo aver macinato utili per anni, ha chiuso l’ultimo bilancio con un rosso di 99,8 milioni di euro. «Cesserà di esistere definitivamente all’inizio del 2017», assicurano da Vicenza. Clamoroso il caso dell’altro istituto salvato dal Fondo Atlante: Veneto Banca. A differenza dei cugini vicentini, l’istituto guidato per anni da Vincenzo Consoli ha aperto filiali in diverse nazioni. Albania, Croazia, Romania, Moldavia. Un tentativo di allargarsi nei promettenti mercati nell’Est Europa, dove sono state assunte oltre 600 persone. Al contempo sono state aperte succursali anche in mercati non proprio emergenti: Svizzera e Irlanda. E dalla patria di James Joyce sono arrivati gli unici guadagni consistenti incamerati negli ultimi due anni: 103 milioni di euro in totale, incassati grazie ai soli sei dipendenti della filiale. Gli irlandesi, evidentemente, sono dei gran lavoratori.

A fatturare offshore sono però soprattutto i grandi istituti italiani, quelli più in salute. Le prime tre banche commerciali convogliano nei paradisi fiscali quote dei loro guadagni che variano da un sesto fino alla metà del totale. Per un totale, nel solo 2015, di quasi 2 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, il principale istituto del nostro Paese per capitalizzazione di Borsa, ha registrato in Paesi a fiscalità agevolata il 23 per cento degli utili pre-tasse del gruppo. Eppure in quei posti è impiegato solo lo 0,5 per cento dei dipendenti totali. Emblematico il caso di Dubai. Nell’Emirato più famoso al mondo, il gruppo guidato da Carlo Messina ha fatturato 49 milioni di euro (senza versare un euro di tasse) con solo 18 dipendenti. Una produttività da record. Significa che ogni lavoratore in media ha fatto incassare alla banca 2,7 milioni. In Italia, per capirci, la media fatturata da ogni impiegato è di 315 mila euro. Quasi nove volte meno.

Ancora più evidente la sproporzione in casa Unicredit. Le controllate di Bermuda, Cayman e Jersey non hanno nemmeno un dipendente all’attivo. Stesso discorso per le succursali domiciliate a Malta e nel Regno Unito, altre nazioni in cui il carico fiscale per le imprese può arrivare a livelli minimi. A cosa servono allora delle società in quei luoghi? Attività finanziarie, è la generica spiegazione fornita nel documento ufficiale. Di certo c’è un dato. Nei Paesi a fiscalità agevolata Unicredit ha incassato l’anno scorso circa il 15 per cento dei suoi utili pre-tasse. La fetta più grande appartiene a Irlanda e Lussemburgo, paradisi nel cuore del Vecchio Continente. Una tendenza valida per quasi tutte le banche italiane, comprese Ubi e Banca Generali, che nei due Stati europei piazzano spesso le società che gestiscono obbligazioni e fondi comuni.

continua su: http://espresso.repubblica.it/affari/2017/01/04/news/banche-in-paradiso-contribuenti-all-inferno-salvate-dallo-stato-eludono-il-fisco-1.292316?ref=fbpr

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L’AUTOSTRADA DELLA VERGOGNA: ECCO LA TRATTA PIU’ CARA D’ITALIA. PERCHE’ AGLI ITALIANI COSTA IL TRIPLO CHE NELLE ALTRE PARTI DEL MONDO?

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L’AUTOSTRADA DELLA VERGOGNA: ECCO LA TRATTA PIU’ CARA D’ITALIA. PERCHE’ AGLI ITALIANI COSTA IL TRIPLO CHE NELLE ALTRE PARTI DEL MONDO?

Il nuovo aumento per il 2017 rinnova la polemica sui periodici rincari ben oltre l’inflazione. Il deputato Melilla: “E non c’è neppure una stazione di servizio in 100 km”. La replica della società di gestione: “Tutto previsto da bando e convenzione”. Rifondazione comunista contro il presidente D’Alfonso e la sua amicizia con l’imprenditore..Ennesimo aumento per la doppia tratta autostradale A24 (Roma-L’Aquila-Teramo) e A25 (Torano-Avezzano-Pescara), in concessione da quindici anni alla Strada dei Parchi del gruppo Toto.
L’unico collegamento diretto tra l’Adriatico e il Tirreno, che si snoda anche attraverso oasi e parchi naturali, castelli e borghi storici. Peccato però che molti, soprattutto autotrasportatori, e studenti e lavoratori pendolari diretti a Roma, abbiano smesso di prenderla vista l’inesorabile escalation delle tariffe. Quest’anno il ritocco sarà del +1,62% medio, e bruciano ancora i numeri del recente passato. Negli ultimi 13 anni su A24 e A25 i pedaggi sono aumentati infatti del 187%, e dal 2009 al 2016 l’aumento è stato del 42,88% a fronte di una lievitazione dell’inflazione del 10%. Oggi per coprire (in auto o in moto) i 208 km che separano Pescara Nord da Roma, casello-casello, bisogna sborsare 21 euro e 30 centesimi. Quasi il doppio del costo dei biglietti dei pullman che tutti i giorni percorrono la medesima tratta.“Un comportamento inqualificabile e vergognoso che si trascina da anni – queste le parole di Gianni Melilla, deputato pescarese di Sinistra Italiana -. La nostra autostrada è vecchia e insicura. Basta ricordare come per 100 km da Chieti a Magliano dei Marsi non c’è alcuna stazione di servizio. Uno scandalo nazionale”. Quattro anni fa manifestarono il proprio dissenso numerosi sindaci, imprenditori e sindacalisti abruzzesi; ma da allora gli aumenti non sono cessati, perché stabiliti dal bando di gara e dalla convenzione di inizio 2000. Rincari automatici. In teoria, nemmeno l’Anas potrebbe nulla contro la moltiplicazione delle tariffe su A24 e A25.“I proventi dei pedaggi sono destinati a sostenere le spese di ammodernamento, gestione e manutenzione della rete”, nonché “a recuperare il prezzo pagato in caso di procedure di vendita o privatizzazione – replica la società Strada dei Parchi di Carlo Toto -. E i criteri per la determinazione delle tariffe sono stati stabiliti da un bando di gara in base a un insieme di parametri quali il tasso di inflazione, il totale degli investimenti effettuati, gli ammortamenti e i costi di gestione. Il meccanismo di calcolo è fissato rigidamente da una formula che è inserita nella convenzione e nelle norme in materia di servizio pubblico dato in concessione. Queste sono polemiche strumentali e abitudinarie, stucchevoli”.

Aggiunge Melilla: “E’ ora che le istituzioni abruzzesi facciano sentire la loro voce, a fianco dei cittadini, pendolari e autotrasportatori”. La politica sta alla finestra: “Il più potente esponente politico abruzzese, il presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, è uno che si è autodefinito nei processi che lo hanno coinvolto “damo di compagnia” dei Toto (Carlo è stato anche suo testimone di nozze) – racconta Maurizio Acerbo, leader abruzzese di Rifondazione comunista -. Nell’anno passato abbiamo ottenuto una grande vittoria sventando il mega-progetto da 6,7 miliardi e 50 km di nuove gallerie presentato da Toto per allungare la concessione di altri 35 anni, a cui D’Alfonso aveva dato parere favorevole senza averne mai parlato, né in campagna elettorale, né dopo”.

CONTINUA SU: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/04/autostrada-roma-pescara-pedaggio-su-del-187-in-13-anni-si-vergognoso-gruppo-toto-polemiche-stucchevoli/3294441/

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La fake news sull’attentato di Berlino. E ora che si fa, cari censori, chiudiamo i giornali?

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La fake news sull’attentato di Berlino. E ora che si fa, cari censori, chiudiamo i giornali?

di Marcello Foa per www.di Beppe Grillo.it

Ogni volta che sento qualcuno proporre “agenzie indipendenti” per far rimuovere “false notizie” sul web, rabbrividisco. Tanto più in un’epoca in cui l’establishment sta tentando di accreditare la necessità di censure contro chi pubblica “bufale” e “post-verità”. Il riferimento più immediato è ovviamente alla significativa dichiarazione rilasciata al Financial Times, dal presidente dell’antitrust italiano, Giovanni Pitruzzella, subito denunciata da Beppe Grillo e da un esperto di comunicazione avveduto come Vladimiro Giacché, che vede giustamente rischi di controlli in stile “1984” di Orwell.

Ma la tendenza non è solo italiana; è sempre più forte in molti Paesi occidentali, come la Francia, come gli Stati Uniti. E’ tutto uno strepitare contro la disinformazione online, senza nemmeno una parola contro quello che invece rappresenta il vero problema: la disinformazione autorizzata ovvero le tecniche di spin doctoring che permettono di manipolare notizie e coscienze salvaguardando la forma; perché vengono diffuse dalle stesse istituzioni; approfittando – anzi, abusando – della loro autorevolezza.

Chi mi segue sa che da oltre 10 anni denuncio lo spin, che ho descritto nel saggio “Gli stregoni della notizia” e che è diventato un vero e proprio strumento di guerra asimmetrica. Guardate il paradosso: oggi politici e media mainstream denunciano i siti alternativi e i commenti sui social, con un’operazione che di persé è mistificatorie perché mischia tutto: siti di informazione, d’opinione, bufale (certo che ce ne sono), informazione ideologizzata. Ma non pronunciano una sola parola contro la manipolazione che viene generata dalle stesse istituzioni e che è pericolosissima e devastante perché è diventata uno strumento di guerra asimmetrica e incide profondamente nel rapporto tra Stato e cittadino, generando disgusto e diffidenza.

Eppure – insisto – la vera manipolazione non è quella di internet ma è quella ufficiale. Che, purtroppo, non diminuisce affatto.

oglio sviluppare fino in fondo il ragionamento di Pitruzzella e quello di altre autorevoli pensatori anglosassoni, riferendomi a un esempio recente, quello degli attentati di Berlino. Tutti ricordiamo gli epici titoli sull’autista del Tir che avrebbe lottato fino all’ultimo per impedire la strage. Ne ho già accennato in un post ma val la pena di riprendere la notizia. Scegliete voi la fonte: Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa, Rai, Mediaset, Sky…. Non fa differenza. Tutti i media ripresero con grande evidenza la notizia della Bild Zeitung che, citando fonti investigative tedesche , scrisse che l’autista, seppur ferito, aveva tentato eroicamente di impedire che il Tir si schiantasse sul mercatino, lottando furiosamente con il terrorista a bordo.

Dopo qualche ora, questa dichiarazione fu avallata dal ministro degli Interni del Land di Berlino Andreas Geisel, sebbene fosse doveroso dubitare della sua attendibilità, come rilevato da chi scrive e da altri osservatori: come faceva il terrorista a lottare furiosamente con un autista di 120 chili, riuscendo al contempo a guidare un Tir ed evitare che sbandasse? Roba da film di Hollywwod, senza peraltro riscontri oggettivi, perché nessuno ha visto il Tir “zigzagare”prima dello schianto. Anzi, nell’unico filmato lo si vede procedere dritto a tutta velocità.

Com’è andata a finire? Ora ci viene detto, ed è ancora una volta la Bild Zeitung ad informarci, che secondo i primi risultati dell’autopsia, l’autista sarebbe stato colpito dai proiettili tre ore prima dell’attentato, tre ore durante le quali ha perso molto sangue. Forse era già morto al momento dell’attentato, in ogni caso era incosciente e di certo non era in grado “di aggrapparsi al volante”.

Insomma: ci hanno raccontato una gigantesca frottola. Una spettacolare “fake news”. Attenzione: chi ce l’ha raccontata? Un giornalista troppo fantasioso? Un inaffidabile blogger? Macché: ad impiantarla ad arte è stato uno spin doctor che lavora nelle istituzioni tedesche e poi certificata addirittura da un ministro locale.

E allora sorgono alcune domande.

Cos’hanno scritto i solitamente indignati debunker, tanto amati da politici come la Boldrini? Strepitano? Macché tacciono, come sempre in queste circostanze perché per loro la Verità è sempre solo quella formale, delle Istituzioni. E le Istituzioni, lo sanno tutti, non possono mentire. E allora certe notizie spariscono dai siti dei moralisti del web, semplicemente non esistono. Perché non possono esistere.

Altra domanda: lo spin doctor che ha diffuso scientemente una balla pazzesca verrà indagato e processato? La risposta è, come sempre no, perché i politici che oggi chiedono misure severe contro i blogger, non hanno mai sollecitato punizioni per chi compie reati ben più gravi, mentendo in assoluta cattiva fede, abusando della credibilità delle istituzioni. Quella menzogna non può essere punita. Non è nell’interesse dei politici mainstream.

E come la mettiamo con i giornali e con le tv che hanno diffuso, con toni epici, una bufala colossale? Seguiamo ancora la logica di Pitruzzella: che facciamo, presidente? Chiudiamo Repubblica, Corriere, i tg Rai eccetera? Eh sì, percepisco il suo disagio

E’ facile prendersela con un blogger o un utente Facebook accusandolo di diffondere post-verità, ma se vuole essere coerente dovrebbe oscurare i grandi siti e magari anche denunciare per falso le istituzioni tedesche. Che scena! Tutti i grandi giornali chiusi per manifesta manipolazione della realtà o obbligati a uscire con un bollino che ne certifica la non credibilità.

Impossibile? Ovvio non è così che si difende la democrazia e un’informazione davvero migliore. Chi invoca la censura non ha mai davvero a cuore la libertà d’espressione, ma persegue altri inconfessabili interessi. Incompatibili con i vostri.

Non fatevi ingannare, non fatevi intimidire.

fonte: http://www.beppegrillo.it/m/2017/01/httpblogilgiorn.html

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“I vitalizi dei parlamentari ormai sono insostenibili”. Panico tra i politici. Il siluro dell’Inps fa tremare la casta

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“I vitalizi dei parlamentari ormai sono insostenibili”. Panico tra i politici. Il siluro dell’Inps fa tremare la casta

Per gli ex parlamentari sono in pagamento 2.600 vitalizi per una spesa di 193 milioninel 2016, circa 150 milioni superiore rispetto ai contributi versati.

Lo dice il presidente dell’Inps, Tito Boeri in una audizione alla Camera sui vitalizi. “Applicando – dice – le regole del sistema contributivo oggi in vigore per tutti gli altri lavoratori all’intera carriera contributiva dei parlamentari, la spesa per vitalizi si ridurrebbe del 40%, scendendo a 118 milioni, con un risparmio, dunque, di circa 76 milioni di euro l’anno (760 milioni nei prossimi 10 anni)”. Boeri nell’audizione sottolinea come la spesa negli ultimi 40 anni sia stata “sempre più alta dei contributi. Normalmente un sistema a ripartizione (in cui i contributi pagano le pensioni in essere) – precisa – alimenta inizialmente forti surplus perchè ci sono molti più contribuenti che percettori di rendite vitalizie. Nel caso di deputati e senatori, invece, il disavanzo è stato cospicuo fin dal 1978, quando ancora i percettori di vitalizi erano poco più di 500, prova evidente di un sistema insostenibile”.

“Essendo il numero dei contribuenti fisso – dice – questi andamenti erano più che prevedibili. Eppure si è ritenuto per molte legislature di non intervenire. Addirittura si sono resi questi trattamenti ancora più generosi, come testimoniato da una crescita, per lunghi periodi, più accentuata della spesa che del numero di percettori.
I correttivi apportati più di recente alla normativa, pur avendo arrestato quella che sembrava una inarrestabile crescita della spesa – continua – non sono in grado di evitare forti disavanzi anche nei prossimi 10 anni”. “Con le regole attuali – sottolinea Boeri – la spesa per vitalizi è destinata ad eccedere anche nel prossimo decennio di circa 150 milioni l’anno i contributi versati da deputati e senatori. Applicando le regole del sistema contributivo oggi in vigore per tutti gli altri lavoratori italiani all’intera carriera contributiva dei parlamentari, la spesa per vitalizi si ridurrebbe del 40%, scendendo a 118 milioni. Vi sono 117 ex-deputati e senatori con lunghe carriere contributive per i quali il ricalcolo potrebbe comportare un incremento del vitalizio.

I risparmi derivanti dal ricalcolo contributivo salirebbero a circa 79 milioni se la correzione alla luce del ricalcolo contributivo avvenisse solo al ribasso, tenendo conto del fatto che per la stragrande maggioranza degli ex- parlamentari ha ricevuto un trattamento di favore rispetto agli altri contribuenti”.
“Supponendo poi che il rapporto fra vitalizi in essere e vitalizi ricalcolati sia lo stesso per i consiglieri regionali, il risparmio complessivo in caso di ricalcolo per l’insieme delle cariche elettive – avverte il presidente Inps – salirebbe a 148 milioni di euro circa per il solo 2016 (e circa un miliardo e 457 milioni sui primi 10 anni presi in considerazione dalle nostre simulazioni). Si tratta, dunque, di misure non solo simboliche, ma in grado di contribuire in modo significativo alla riduzione della spesa pubblica o al finanziamento di programmi sociali”

FONTE: http://www.italiainmovimento.it/2017/01/04/vitalizi-dei-parlamentari-ormai-insostenibili-panico-politici-siluro-dellinps-tremare-la-casta/

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Luisella Costamagna: “Le bufale non le ha create la Rete”

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Luisella Costamagna: “Le bufale non le ha create la Rete”

(Luisella Costamagna – il Fatto Quotidiano) – Caro avvocato professor Giovanni Pitruzzella, ma come? Lei che ha un così ricco curriculum da docente e da consulente di Palazzi, lei che solo per un soffio, nel 2015, non è riuscito ad accedere – indicato da Area Popolare e Scelta Civica – alla carica di giudice costituzionale, lei che, insomma, ben conosce la Costituzione e le leggi, ma anche la politica, pure lei, tra un brindisi natalizio e uno per il 2017, ha ceduto all’ultima tendenza autunno-inverno 2016, la post-verità?

“Contro la diffusione delle false notizie”, ha tuonato al Financial Times, “serve una rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”. Insomma, basta con le post-verità che rappresentano “uno dei catalizzatori del populismo e una minaccia alle nostre democrazie”. Un organismo governativo antibufala. Bellissimo. La Verità che trionfa. Si immagina i grandi filosofi, Platone, Hegel, Tommaso, Leibniz, se avessero saputo che era così semplice? Critica dell’authority pura, avrebbe scritto Kant, folgorato sulla via di Pitruzzella. E semplicissimo, sillogistico è, in effetti, il suo pensiero. In Rete ci sono balle (perché questa moda della post-verità? Si chiamano balle, da sempre), le balle avvelenano la democrazia, mettiamo sotto controllo la Rete. Ok. E il resto? Devo essere io, avvocato professore, a ricordarle che le bufale esistevano ben prima della Rete? E non parlo (solo) dei coccodrilli nelle fogne di New York.

Parlo di bufale meno fantasiose e più funzionali a vari e differenti poteri. Che vogliamo dire del cedimento strutturale del Dc9 di Ustica? E di Pinelli e Valpreda assassini di piazza Fontana? Suvvia. Che cosa diremo, mentre schiacciamo sotto il suo tacco authoritario un qualche piccolo blog reo di avere espresso un’opinione, ai correntisti truffati dalle balle di una banca (e di un governo)? Ai disoccupati cui un giornalone racconta che c’è la ripresa? Agli italiani che dal 2008 si sentono dire che la crisi non c’è e i ristoranti sono pieni? Devo spiegarle io che la menzogna è da sempre strumento del potere per fregare i cittadini, e mai viceversa? Che un organismo governativo è per definizione di parte? Lei che ha tanto studiato ben saprà che la rete è per lo più veicolo di informazione libera, non soggetta alle convenienze di grandi gruppi industrial-editoriali, e che spesso, negli ultimi anni, ha sfatato bufale, più che propalarle. Ricorda la foto di Bin Laden ucciso, diffusa dalle maggiori agenzie e sbugiardata a tempo di record proprio dalla Rete? Ha presente quando un politico afferma – poniamo – “mai detto che mi sarei dimesso”, e dalla Rete, magia, esce il video che lo smentisce? Le bufale, in Rete, ci sono ma hanno le gambe molto più corte di quelle, sane e robuste, su cui per tradizione marciano nell’informazione mainstream. Coraggio, avv. prof. Pitruzzella, confessi che lo sapeva, ammetta che non è un epigono di Orwell e faccia marcia indietro. Era uno scherzo, vero? Dica la Verità (ma occhio che la Rete non la smentisca). Un cordiale saluto.

fonte: http://www.italiainmovimento.it/2017/01/03/luisella-costamagna-le-bufale-non-le-create-la-rete/

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Sgarbi contro Boldrini: “Basta parole al femminile, sei una zucca vuota”

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Sgarbi contro Boldrini: “Basta parole al femminile, sei una zucca vuota”

Vittorio Sgarbi torna a rinfocolare la polemica sui termini femminili tradizionalmente declinati al maschile. Lo fa postando un video su Facebook in cui accusa la presidente della Camera Laura Boldrini della volontà, presunta, di voler cambiare la grammatica italiana.

La disputa era cominciata già con le parole dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel suo ultimo incontro con la Boldrini si era espresso a sfavore di questa “traduzione” dal maschile al femminile: “Permettetemi di reagire alla trasformazione della lingua italiana con l’orribile appellativo di ministra o l’abominevole appellativo di sindaca. La chiamerò signora presidente come chiamavo Nilde Iotti. Penso che alla mia età qualche licenza mi sia concessa”.

Il critico d’arte ha ribadito il concetto, stavolta con toni ben più aspri, chiosando così: “Ora cara Boldrina, sia precisa, ci dica chi è lei… lei è la grammatica? Lei stabilisce che non è giusto chiamare sindaco una sindaca e ministro una ministra? Ai ruoli non si applicano i sessi, rimangono tali e quali. Come la persona rimane persona anche quando si riferisce ad un uomo, non diventa persono. E tu sei una zucca vuota, una capra… fortunatamente non un capro”.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/2017/01/04/sgarbi-contro-boldrini_n_13950474.html

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VERGOGNA per le vittime Salva Banche, scaduto il termine per il rimborso forfettario: “Elemosina, ora battaglia in tribunale”. Ecco chi lo ha detto …

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VERGOGNA per le vittime Salva Banche, scaduto il termine per il rimborso forfettario: “Elemosina, ora battaglia in tribunale”. Ecco chi lo ha detto …

A riportare la notizia sempre il Fatto quotidiano….

Al Fondo interbancario sono arrivate 14mila pratiche. Per gestirle ci vorranno “almeno 6 mesi”: fino ad ora ne sono state liquidate solo 2.648, per un ammontare complessivo di 35 milioni di euro. La maggior parte delle liquidazioni sono state inferiori ai 10mila euro. Secondo l’associazione dei consumatori “una larga fetta di obbligazionisti sarà tagliata fuori, pur in presenza di danno identico per tutti”Scade oggi, 3 gennaio, il termine per presentare la domanda per il rimborso forfettario dell’80% delle obbligazioni subordinate delle quattro banche azzerate con il decreto varato dal governo Renzi nel novembre 2015. Al Fondo interbancario di tutela dei depositi, che gestisce il fondo di solidarietà destinato a indennizzare i risparmiatori delle vecchie Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara Carichieti sono state presentate 13.859 pratiche, considerando anche i casi di cointestazioni, acquisti multipli o successioni. Al 30 dicembre ne sono state liquidate 2.648, per 35 milioni, altre 6.032 erano già in lavorazione, 600 interrotte o sospese per consentire di integrare la documentazione necessaria e 99 rigettate per mancanza dei requisiti.

Secondo il vice direttore generale del Fondo, Salvatore Paterna, “ci vorrà almeno fino a giugno” per gestire tutte le pratiche perché “siamo partiti con circa 150 liquidazioni a settimana, ora siamo a circa 300 a settimana e non abbiamo grossi margini per aumentare questo ritmo”. E occorre ricordare che la richiesta di rimborso forfettario esclude automaticamente la possibilità di procedere a un arbitrato, procedura per la quale peraltro non è ancora stato varato il decreto attuativo.

Il Codacons parla di “ennesima ingiustizia a danno dei risparmiatori”, perché “solo pochi fortunati riusciranno infatti ad avvalersi degli indennizzi, e una larga fetta di obbligazionisti sarà tagliata fuori, pur in presenza di danno identico per tutti. Si tratta poi di rimborsi elemosina perché a fronte di un danno per i titolari di obbligazioni subordinate delle quattro banche pari a 431 milioni di euro, sono stati finora liquidati appena 35 milioni di euro”. L’associazione per la difesa dei diritti degli utenti e dei consumatori ricorda di aver avviato azioni risarcitorie a cui possono aderire sia gli azionisti sia gli obbligazionisti che non avevano i requisiti per chiedere il rimborso forfettario.

Circa il 90% dei rimborsi versati finora è sotto i 20mila euro. Per quanto riguarda le classi di importo, 1.641 liquidazioni sono inferiori ai 10mila euro, 584 sono comprese tra i 10 e i 20mila, 339 tra i 20 e i 50mila, 60 tra i 50 e i 100mila, 19 tra i 100 e i 200mila e quattro tra i 200 e i 500mila. Solo in un caso il rimborso è stato superiore ai 500mila euro. La maggior parte delle istanze è per obbligazioni azzerate di Banca Etruria (49,82%) e Cariferrara (33,19%).

Continua su: Ilfattoquotidiano.it

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Roma, raccolte mille tonnellate di rifiuti grazie ad una grande mossa della Raggi. Perchè i tg non lo dicono?

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Roma, raccolte mille tonnellate di rifiuti grazie ad una grande mossa della Raggi. Perchè i tg non lo dicono?

Novanta i mezzi adoperati tra compattatori, autobotti, officine mobili, innaffiatrici stradali, macchine vuota-cassonetti, spazzatrici, furgoncini per il trasbordo dei rifiuti soprattutto nel centro storico

Per la notte di San Silvestro, Ama ha messo in campo una speciale task-force composta complessivamente da circa 140 operatori e circa 90 mezzi  tra bilici, compattatori, autobotti, officine mobili, innaffiatrici stradali, macchine vuota-cassonetti, spazzatrici, furgoncini per il trasbordo dei rifiuti.

Interessate, in particolare, le aree del Circo Massimo e dei ‘ponti’ (Sant’Angelo, Sisto, Mazzini, principe amedeo di savoia, ponte della musica, ponte della scienza). Il primo giorno dell’anno sono state complessivamente raccolte circa 1000 tonnellate di rifiuti indifferenziati. Il dato comprende i servizi effettuati nelle aree interessate dai festeggiamenti e le attività di svuotamento dei cassonetti stradali in tutti i quadranti cittadini.

Durante la notte di San Silvestro, è stato inoltre attivo il servizio di raccolta dei rifiuti, in particolare presso le attività commerciali di ristoro (ristoranti, pub, eccetera). Interventi straordinari sono stati svolti nelle altre vie e piazze meta tradizionale di turisti e romani: via del Colosseo, via dei Fori Imperiali, piazza di Spagna, scalinata di Trinità dei Monti, Pincio, piazza del Popolo, Pantheon, Gianicolo, piazza Navona, fontana di Trevi, Campo dei Fiori, piazza Trilussa, area Quirinale, Termini, piazza della Repubblica, via Nazionale, via Cavour, piazza Farnese, corso Vittorio Emanuele, largo Ricci, piazzale Flaminio, via del Tritone, via Veneto. In aggiunta, squadre dedicate hanno effettuato interventi di igienizzazione e sanificazione con enzimi biologici.

Dalla mattina del primo gennaio sono stati complessivamente al lavoro oltre 1.300 dipendenti tra operatori, autisti e ‘preposti’, per garantire i servizi di raccolta dei rifiuti, pulizia e spazzamento in tutta la città, comprese le aree dove è proseguita la ‘Festa di Roma’, con il supporto del personale delle officine, rimaste aperte per assicurare l’uscita dei mezzi.

Tutti i presidi delle aree più frequentate del centro storico sono stati assicurati. Regolarmente in funzione gli impianti aziendali per la selezione e la valorizzazione della raccolta differenziata e per il trattamento dei rifiuti indifferenziati. A seguire le operazioni sul territorio, sono poi stati presenti ‘preposti’ Ama (responsabili di area, capizona, capisquadra, eccetera) che hanno monitorato il servizio in tutti e 15 i municipi.

Fonte: www.italiainmovimento.it

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Porro spiazza tutti e si schiera con Grillo: “Ha ragione Beppe, difende la nostra libertà d’espressione”

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Porro spiazza tutti e si schiera con Grillo: “Ha ragione Beppe, difende la nostra libertà d’espressione”

Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere

Una definizione della libertà di manifestazione del pensiero è inclusa nel primo comma dell’art. 5 della Costituzione della Repubblica federale di Germania del 1949:

“Ognuno ha diritto di esprimere e diffondere liberamente le sue opinioni con parole, scritti e immagini, e di informarsi senza impedimento da fonti accessibili a tutti. Sono garantite la libertà di stampa e d’informazione mediante la radio e il cinematografo. Non si può stabilire alcuna censura.”.

La libertà di espressione è sancita anche dall’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

La violazione del citato art. 10 della Convenzione europea legittima il cittadino a proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per ottenere il ristoro dei danni subiti, anche morali, purché siano esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali interni

Nicola Porro nel suo personalissimo canale su Youtube difende a spada tratta “l’urlo” di Grillo contro le bufale giornalistiche dei suoi colleghi:
“Io sto con Beppe Grillo, è l’unico in Italia che dice cose intelligenti e sopratutto lotta sulla libertà di espressione”

Ecco il video:

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Super Marco Travaglio contro la casta: “Non potendo ammettere di stare sulle ba… agli italiani, dicono che è colpa delle bufale del web”

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Super Marco Travaglio contro la casta: “Non potendo ammettere di stare sulle ba… agli italiani, dicono che è colpa delle bufale del web”

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Da quando gli elettori han cominciato a votare contro il Sistema, cioè come pareva a loro disobbedendo sistematicamente agli ordini di scuderia trasmessi dai sottostanti media tradizionali, il Sistema si è ben guardato dal domandarsi perché la gente gli preferisca qualunque cosa, anche la più rischiosa: un salto nel buio come la Brexit nel Regno Unito, un miliardario a forma di banana come Trump negli Stati Uniti, un movimento fondato da un comico come i 5Stelle in Italia – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 3 gennaio 2017, dal titolo “Post-verità e pre-balle” 

Non potendo ammettere di stare sulle palle al cittadino medio per i danni che gli hanno provocato con le loro politiche demenziali, lorsignori si sono inventati una scusa autoconsolatoria: il problema non siamo noi, anzi siamo sempre i migliori; il problema sono gli elettori che, fuorviati e sviati e traviati dal Web, credono alle bufale della Rete e scelgono ciò che è peggio per loro nell’illusione che sia il meglio. Soluzione: controlliamo il Web come già controlliamo (direttamente in Italia, indirettamente in altri Paesi) le tv e i giornali, ripuliamolo dalle bugie e soprattutto dalle verità che non ci piacciono (ribattezzate “post verità” da chi ha fatto le scuole alte), così le pecorelle smarrite ritroveranno il buon pastore e torneranno docili all’ovile. Ora, che centinaia di milioni di persone votino suggestionate da false credenze, illusioni propagandistiche e autentiche menzogne è un fatto piuttosto noto e antico. Altrimenti Mussolini e Hitler non sarebbero saliti al potere in seguito a regolari elezioni, né avrebbero goduto di tanto consenso per tanto tempo, così come Stalin e altri tiranni. Ma anche molti capi di Stato e di governo democratici. E non solo italiani. L’espressione “post verità” viene usata per spiegare la vittoria di Trump, come se fosse il primo presidente Usa eletto perché racconta balle. E le bugie della Clinton, allora (dalla polmonite ai finanziatori della sua fondazione)? E le post-verità del marito Bill ai tempi della Casa Bianca, non solo su Monica Lewinsky, ma anche sulle “guerre umanitarie” in Jugoslavia&C.? E quelle di Bush jr. & Blair per “esportare la democrazia” a suon di bombe in Afghanistan e in Iraq, in base a prove farlocche sui legami fra i talebani e Bin Laden e sulle armi di distruzione di massa di Saddam? Veniamo a noi, che di post-verità, ma soprattutto di pre-balle, siamo primatisti mondiali. Per 40 anni, dopo il quinquennio degasperiano, gli italiani votarono un partito di corrotti e di bugiardi come la Dc, per paura che vincessero i noti mentitori del Pci, che spacciavano la tragedia del socialismo reale come il paradiso in terra.

Poi, per vent’anni, la maggioranza (sia pure molto relativa) degli italiani stravide per il più grande ballista del dopoguerra, nell’illusione di una rivoluzione liberale che non arrivò mai perché B. aveva priorità più impellenti (non fallire e non finire in galera). Dopodiché caddero in preda ad altri incantesimi: il mito napolitan-montiano dei “tecnici” di larghe intese, scesi dall’Olimpo per salvarci dallo spread. Un disastro. Vaccinati da vent’anni di berlusconismo, gl’italiani punirono quell’orrido inciucio nel 2013 e Re Giorgio dovette inventarsi una nuova menzogna – la Grande Riforma Costituzionale, panacea di tutti i mali – per ribaltare le urne, riciclare l’ammucchiata destra-sinistra e tagliar fuori gli anti-Sistema (ribattezzati “populisti” da chi ha fatto le scuole alte). Altro fiasco epocale: il governo Letta sbriciolato in nove mesi, il governo Renzi – degno erede della tradizione ballistica berlusconiana – sfanculato al referendum con Grande Riforma incorporata. Ora, siccome tra un anno le elezioni saranno proprio obbligatorie, si tenta di correre ai ripari con altre patacche. Tipo la “disomogeneità” delle leggi elettorali di Camera e Senato. Peccato che l’abbiano voluta Napolitano e Mattarella, avallando e promulgando Italicum per la sola Camera (al Senato restava il Consultellum nella speranza che gli italiani abolissero le elezioni). E questa come si chiama, se non post-verità? Solo che a raccontarla è il presidente della Repubblica che l’altra sera ci ha messi in guardia dalle “falsificazioni del web” e da quell’altro “insidioso nemico della convivenza, su cui tutto il mondo si interroga”: “L’odio come strumento di lotta politica”. Sai che novità: basta rileggere i dibattiti d’aula degli anni 50-60-70 tra Dc e Pci per fare del Parlamento attuale un convento di orsoline. Quella si chiama dialettica fra maggioranza e opposizione. L’“odio” è una ridicola categoria introdotta in politica da B., sedicente fondatore del Partito dell’Amore, per squalificare i pochi che si opponevano davvero. Oggi il presidente e il Pd la riesumano in condominio col “populismo” per screditare i pochi che si oppongono davvero. E soprattutto imbavagliarli. Infatti Mattarella ha aggiunto: “Tutti, particolarmente chi ha più responsabilità, devono opporsi a questa deriva per preservare e difendere il Web da chi vuole trasformarlo in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi”. E quando mai Mattarella è insorto contro le falsificazioni di tv e giornali? Bugie così gravi da truccare le elezioni. Se tutti i media avessero sconfessato le balle di B. sulla persecuzione giudiziaria, ce lo saremmo levato dai piedi un po’ prima. Se tutti avessero scritto la verità su Expo, Giuseppe Sala non sarebbe sindaco di Milano. E se Renzi e la stampa e le tv al seguito non avessero associato il No referendario all’Apocalisse per l’economia, le banche, gli investimenti, il Pil, lo spread, le esportazioni, l’occupazione e persino per i malati di cancro, diabete e cirrosi, quanti Sì in meno avrebbe incassato? E se non si fosse inventato il cavaliere bianco in groppa a Jp Morgan pronto a salvare Mps, quanti soldi pubblici risparmieremmo oggi che il bluff è scoperto? Forse queste erano meno bugie perché non venivano dal Web, anche se poi ci finivano? Il 23 novembre il Parlamento europeo ha approvato una demenziale risoluzione che lo impegna a “contrastare la propaganda nei confronti dell’Ue”, delle “istituzioni Ue” e dei “partenariati transatlantici” (e da quando, di grazia, è vietato dire male dell’Ue o della Nato?). E il cosiddetto “garante” dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella è partito lancia in resta contro la post-verità, anzi le “fake news” (anche lui ha fatto le scuole alte), “motori del populismo e minacce per le nostre democrazie” ergo “il settore pubblico deve fissare delle regole” e “intervenire rapidamente se l’interesse pubblico è minacciato”. E, di grazia, chi decide ciò che è vero e ciò che è falso, cosa è di interesse pubblico e cosa no? Pitruzzella? I suoi amici Schifani e Cuffaro? I partiti che l’hanno nominato? L’Antitrust dovrebbe combattere le concentrazioni che bloccano la libera concorrenza sul mercato e anche i conflitti d’interessi. Cioè evitare che la Rai sia controllata dai partiti e Mediaset da un partito, diffondendo carrettate di fake news e post-verità per conto terzi. Ma su questo Pitruzzella non dice una parola. In compenso, la presunta Antitrust fa muro col governo e con B. contro Vivendi che minaccia di comprare Mediaset e liberarla dalla politica: il che sarebbe “un rischio per i consumatori”(così ben informati da 20 anni di propaganda berlusconiana). Il Web, come tutti i media, è avvelenato dai falsi, ciascuno dei quali però ha il suo antido- to: il giornalismo “firmato” da chi si è costruito una fama di credibilità e risulta autorevole. E infatti è l’antidoto, non il veleno, che allarma questi politici senza elettori e questi giornalisti senza lettori. Che, persi i contatti con la realtà e dunque con la gente, si giocano l’ultima carta per non morire. La carta più vecchia e disperata del mondo: la censura. Siccome sempre meno gente si fida dei megafoni che essi controllano proprio perché raccontano un sacco di balle, lorsignori accusano il Web che non controllano di fare ciò che han sempre fatto loro, per poterlo controllare e farcì quel che han sempre fatto altrove: mentire e fottere.

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